A Reggio arriva l’esercito…ed i magistrati?

18 10 2010

La procura di Reggio Calabria tra bazooka, talpe e carta che manca continua a lavorare.

L’altro giorno vedere il Dottor Pignatone su RaiTre è stato un forte segnale che ha dimostrato come anche da noi vi siano persone che provano a fare il loro dovere tra mille difficoltà.

In aiuto, il ministro della difesa La Russa ha mandato 80 militari a Reggio Calabria che vigileranno per le strade della città.

Anche se non si è calabresi e non si è esperti di ‘ndrangheta, chiunque sa che la mafia calabrese lavora sì per le strade con traffico di droga, movimento terra ecc.., ma sa anche che essa vive solo ed esclusivamente grazie alle collusioni ed alle relazioni interne con la politica, non solo locale.

Mi chiedo, allora, se non sia necessario, come dice in un articolo pubblicato dal Quotdiano Della Calabria, che ultimamente sembra si stia risvegliando dopo un lungo periodo di torpore, di inviare 80 magistrati piuttosto che soldati.

Ancora non abbiamo capito che la mafia non va combattuta solo con la forza, ma soprattutto con le indagini…

Poi però vediamo qual’è il governo che dovrebbe mandare i magistrati a Reggio e non solo, e ci disilludiamo subito che ciò possa avvenire.

A REGGIO non servono 80 militari. Servono piuttosto 80 magistrati.  E se proprio lo Stato volesse davvero incalzare la ‘ndrangheta, allora a quegli 8 magistrati ci aggiungerebbe 8 cancellieri. Peraltro 16 è meno di 80, e anche in termini economici i costi sarebbero evidentemente inferiori. Certo l’effetto mediatico sarebbe inferiore. Certo il Governo non potrebbe più dire che contro il crimine calabrese – che poi non agisce solo in Calabria – ci ha mandato <<anche l’Esercito>>, e tutta via scegliere i 16 invece degli 80 sarebbe più sensato. D’altra parte quello che serve alla giustizia reggina lo dicono gli stessi magistrati. Ovviamente, non se ne troverà uno che dirà apertamente che l’esercito è inutile. Sono sempre uomini dello Stato anche loro. Ma allo stesso tempo basta leggere le dichiarazioni fatte negli ultimi mesi. Da quelle del Procuratore generale Salvatore Di Leandro, alle più recenti – solo di sabato scorso ospite di Fabio Fazio a “Che tempo che fa” – del Procuratore della Repubblica, Giuseppe Pignatone. In mezzo, della questione hanno parlato il Presidente del Tribunale Luciano Gerardis, la giunta esecutiva dell’Anm reggina e una mezza dozzina tra magistrati, sindacati di polizia e quant’altro.  Facciamo un passo indietro. L’Esercito è stato richiesto dal Comitato per l’ordine e sicurezza pubblica all’indomani delle minacce, sotto forma di bazooka, a Pignatone. L’arrivo dei militari era però già stato ipotizzato dal governatore Scopelliti che aveva detto di averne parlato con il ministro Ignazio La Russa. I soldati serviranno per proteggere “tre obiettivi” : la Procura generale, la Procura della Repubblica e la casa Di Landro. Una necessità, definita tale per il fatto che la ‘ndrangheta aveva iniziato a usare bombe. Insomma il clima si era fatto incandescente. Bene, a questo punto però bisogna prendere atto che le cose sono cambiate.

Non sfugge la novità del pentimento di Antonino Lo Giudice, che si è accollato la responsabilità degli attentati. Dunque, almeno in linea teorica, il rischio sicurezza per le toghe dovrebbe essersi abbassato. Sarebbe sbagliato pensare che ora è tutto apposto, ma anche continuare a pensare che le cose non sono cambiate. Da qui per dire che la ragione di base per la quale”l’Esercito è indispensabile” non c’è più.

Non citeremo tutti i magistrati che hanno spiegato che i militari non sono una priorità (vedi Nicola Gratterie Di Landro), basta risentire quanto detto da Pignatone a Fazio << Servono più uomini e mezzi per la polizia, carabinieri e guardia di finanza>> . E ancora <<Manca un terzo dei magistrati e del personale>>. Due frasi estrapolate da un’analisi lucida fatta in poco più di dieci minuti, di fronte alla quale non c’è possibilità di equivoco. Se si vuole andare a fondo nella lotta alla criminalità organizzata servono risposte immediate da parte dello Stato.

E tra queste l’Esercito non c’è. Viene in mente l’analisi fatta da un altro magistrato reggino nota per la sua correttezza istituzionale  e per la sua prudenza. Si tratta del Presidente del Tribunale Luciano Gerardis, il quale già un paio di mesi fa spiegò le condizioni in cui le toghe reggine sono costrette a lavorare. <<Manca un terzo di tutto – disse – Un terzo dei giudici e un terzo del personale E si tratta di numeri che fanno riferimento a una pianta organica del 2000>>. Ora 10 anni fa la situazione non era quella di oggi, e la ‘ndrangheta era considerata ancora, erroneamente, un fenomeno “marginale”. Se non basta questo si aggiunga quanto affermato da Pignatone alla Commissione Parlamentare Antimafia alcune settimane addietro <<Abbiamo depositato al gip alcune richieste cautelari nei confronti dei mafiosi, imprenditori e politici>>. Che l’ufficio Gip non riesca a smaltire la mole di lavoro prodotto dalla Procura non è un mistero.  Già nel’ultima relazione per l’apertura dell’Anno Giudiziario si leggeva dell’ufficio Gip-Gup , come di un <<collo di bottiglia>>. E non certo per pigrizia di chi ci lavora, che allo stato è costretto ad usare le ferie per leggere fascicoli e scrivere sentenze. Insomma è questo il problema vero. E questo problema non si risolve con gli 80 militari, ma si inizia a risolvere con gli 8 magistrati e gli 8 cancellieri, che per inciso sarebbero comunque insufficienti.

Pignatone da Fazio ha citato Padre Puglisi: << Lo Stato siamo noi e ognuno deve fare la sua parte la sua parte. Se ognuno facesse la sua parte il mondo sarebbe diverso. Ciò vale per i magistrati, per i giornalisti, per la società civile, per gli imprenditori>>. È vero. Il richiamo vale per tutti, e ognuno ha il dovere di svolgere il proprio compito con serietà e rigore.  Per questo gli 80 militari non servono. Per questo sono più utili i 16.

L’ Esercito non può essere usato per contrastare le commissioni, i colletti bianchi, i politici corrotti e gli imprenditori collusi. Per quello servono investigatori e inquirenti, quelli che lo Stato non ha ancora mandato a Reggio.

Giuseppe Baldessarro

 

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