I risultati dei carotaggi sul fiume Oliva cominciano ad arrivare…ma a chi interessano?

27 10 2010

L’articolo di Palladino sull’espresso è talmente bello che ve lo riporto così com’è.

AMANTEA (COSENZA). «Non ho mai visto un camion in queste strade, nulla di nulla… questa storia, come si dice qui, è tutta ‘na camorra, ‘na tarantella». Nel piccolo borgo di contrada Gallo, sulle pendici della valle del fiume Oliva, le donne in nero si incamminano verso le case, quando la sera è vicina. Si parlano quali sussurrando, abbassano leggermente lo sguardo, ma gli occhi neri e intensi di questo pezzo di Calabria non smettono di guardarti. Sembra quasi una nenia, antica, tramandata: «Ma quali veleni, ma quali rifiuti, ma quali camion… Nulla, non c’è nulla». Un anziano appare sull’angolo della strada, quasi a dimostrare con i suoi ottant’anni che qui, sulle sponde del fiume dei veleni, nessuno muore. Apre le porte della cantina, offre il vino rosato che viene dalle terre bagnate dalle acque che passano attraverso la briglia dove la Procura di Paola ha trovato almeno centomila metri cubi di idrocarburi, ed è quasi una sfida verso chiunque venga qui a chiedere, a guardare questa terra tragica: «Io ne bevo due litri al giorno, guardatemi: qui non c’è nulla».
È un attimo, quella poca luce che filtra attraverso le nuvole grigie e autunnali sparisce. La donna lo sguardo non lo abbassa, ma cambia registro, si ferma qualche secondo: «Aveva ventotto anni mia figlia, mai una febbre, nulla. In pochi giorni se ne andata». Un tumore fulminante, sedici anni fa. «E poi mio marito, aveva poco più di cinquantanni, se n’è andato cinque anni fa». A contrada Gallo, raccontano, una persona su dieci è stata colpita da un tumore. «Ma non è così anche a Roma?», subito sottolineano gli anziani che questa terra non la lasceranno mai. No, non è così a Roma. Non è così a Cosenza, non è così nella maggior parte del paese. Qui si muore e si tace.
Ieri nell’ufficio del procuratore di Paola Bruno Giordano sono arrivate le prime analisi dell’Arpacal sui carotaggi nella valle dell’Oliva, realizzati la scorsa estate lungo otto chilometri e mezzo di percorso del fiume. Numeri che potrebbero dare la risposta definitiva a quel groviglio di storie e di piste investigative che attraversano la valle da tre anni, indicando, forse, un responsabile per quelle morti che per prime vennero segnalate dallo studio del professor Brancati, voluto dal procuratore Giordano. Leggendo i cilindri di terra raccolti – oltre seicento – è possibile disegnare una prima, e ancora parziale, mappa della devastazione ambientale compiuta a pochi chilometri dalle spiagge di Amantea. Ad iniziare dalle sostanze: idrocarburi, arsenico, cromo, cobalto, antimonio e nikel. Sostanze arrivate da decine di industrie che qui non hanno mai avuto neanche un ufficio. Uno sversamento iniziato, probabilmente, nei primi anni novanta, poco prima della morte a soli ventotto anni della figlia della donna in nero di contrada Gallo. Proseguita fino a due o tre anni fa, hanno spiegato i tecnici, cercando di interpretare le diverse concentrazioni trovate sui campioni. Quasi vent’anni di veleni, di silenzi, di complicità.
Trovare un testimone o anche semplicemente una fonte riservata è una vera impresa. A Serra d’Aiello, il paese che sovrasta la valle dell’Oliva, ancora oggi nessuno vuole parlare dell’altro mistero di questo pezzo di Calabria, l’istituto Giovanni XXIII, chiuso con la forza lo scorso anno, da dove sarebbero spariti pazienti dimenticati. All’epoca i carabinieri cercarono le loro tracce anche nel piccolo cimitero locale, ma nulla venne trovato. E mentre nell’enorme edificio dell’istituto Giovanni XXIII – dove lavoravano centinaia di persone – calava il silenzio complice sugli abusi e sui tesori accumulati, poco più a valle centinaia di camion sversavano indisturbati tonnellate di veleni. Due storie parallele, che accomunano questa valle. Due storie basate su omertà e complicità, e che nessuno oggi vorrebbe più sentire, quasi fossero un marchio di una sorta di destino di dannazione.
I dati delle analisi consegnate ieri in Procura sono chiare, attendono una spiegazione e, da domani, un progetto di bonifica. I livelli di concentrazione dei veleni superano i limiti che la legge stabilisce per i siti industriali, i massimi accettabili e consentiti. L’arsenico, ad esempio, in un campione raggiunge un valore di 146, contro un limite previsto per le zone di “verde pubblico” – come è oggi classificata la valle dell’Oliva – di 20 e contro una concentrazione massima di 50 permessa nei siti industriali. In un altro campione, prosegue la perizia dell’Arpacal, il cadmio è presente in quantità cinque volte superiore alle soglie di legge. E così via, in una lunga lista che nei prossimi giorni arriverà anche all’Ispra, l’organo del ministero dell’ambiente che a sua volta sta preparando altre analisi di riscontro. Per i risultati sulle presenze di sostanze radioattive – spiega il procuratore Giordano – occorrerà aspettare ancora: il dicastero di Stefania Prestigiacomo ha inviato i campioni all’Arpa del Piemonte, della Lombardia e dell’Emilia Romagna, in grado di realizzare le indagini più accurate. Per ora nessun risultato, nessuna verità, nessun «caso chiuso».
A volte è nei dettagli che è possibile intravedere l’essenziale di una storia. C’è un campione raccolto nella zona chiamata Foresta che rimane ancora oggi un vero mistero: da 0 a 16 metri di profondità – spiega l’Arpacal – è presente una grande quantità di granulato di marmo, mentre le scorie sono concentrate nella zona più profonda, fino a venti metri sotto il livello del suolo. È il segno evidente di quella sorta di sistematicità – quasi industriale – utilizzata da chi ha sversato le scorie. Ed è nota la proprietà del granulato di marmo, quella di schermare, di impedire agli strumenti di rilevare radiazioni o altre emissioni. Sedici metri di schermatura, in questo caso, che lasciano aperta la porta alle ipotesi più inquietanti. Un segno che mostra nella sua evidenza la volontà di non far trovare nulla, di impedire analisi ed indagini.
Nella valle del fiume Oliva, quella polvere bianca di marmo che nasconde i veleni sembra quasi fondersi con l’ostinato silenzio delle vittime, che sanno e muoiono con quello sguardo, quasi atavico, della sottomissione. Il luogo ideale per i signori dei rifiuti.

Andrea Palladino
il manifesto, 27 ottobre 2010

L’unica considerazione, al di là del fatto che non speravo sinceramente che dai carotaggi risultassero dei dati di inquinamento effettivo, visto il precedente della nave a Cetraro, è che vedere l’auditorium delle scuole media domenica scorsa, con il giornalista dell’espresso, Angela Napoli, Gianfranco Posa ed altri ancora a ricordare che un anno dopo la manifestazione la gente continua tutt’ora a morire e che ancora la politica come istituzione non si era pronunciata,aveva  praticamente  sedie vuote, un centinaio di presenti al massimo mentre doveva essere tutto il paese presente.

Così non è stato e così non fu neanche alla manifestazione dell’anno scorso, pazienza tanto qui si muore e si tace.





La censura tocca anche il giornalismo calabrese

19 10 2010

La censura non riguarda solo la Rai.

Leggendo il fatto quotidiano di oggi, o leggendo qualcosa su internet, si vede in tutta evidenza (per fortuna) come Masi e la dirigenza Rai stiano zittendo tutti i giornalisti ed i personaggi “scomodi”, da Santoro a Fazio a Saviano, Albanese, benigni e chi più ne ha più ne metta.

Una censura più subdola ed odiosa, poichè riguarda i giornali locali che spesso, nella realtà calabrese, sono l’unica fonte di informazione visto che nè a Reggio nè a Catanzaro, ci sono sedi di quotidiani o di organi di informazione a portata nazionale.

Ci si attacca così a Calabria Ora (con l’editore indagato per usura), al quotidiano della Calabria che dopo anni di sonno sembra si stia risvegliando, per avere delle notizie quantomeno reali che riguardano la nostra realtà.

Quando ad una popolazione, però, si tolgono anche queste fonti, dove spesso lavorano giornalisti bravi, umili e professionali come Antonino Monteleone (macchina incendiata) o Lucio Musolino (benzina e biglietto allegato di fronte casa).

Proprio quest’ultimo, cui la ‘ndrangheta ha intimato di andare via da Reggio, è stato obbligato al trasferimento dal suo giornale, Calabria Ora.

Quando ad Annozero e non solo prova a dire che il suo allontanamento favorisce le ‘ndrine che lo hanno minacciato, viene anche querelato dal suo direttore e licenziato dai suoi editori, ad insaputa, però del direttore Sansonetti.

Questo è  il giornalismo calabrese, fatto di minacce, intimidazioni, licenziamenti e trasferimenti da parte di giornali collusi col vero potere che impera in Calabria, dove però si accetta di scrivere perchè unica strada per far arrivare una notizia alla gente.

Non permettiamo a Lucio Musolino di non poter scrivere più di mafia poichè già siamo un popolo che sta crogiolando nell’ignoranza, e spesso non per colpa nostra.





A Reggio arriva l’esercito…ed i magistrati?

18 10 2010

La procura di Reggio Calabria tra bazooka, talpe e carta che manca continua a lavorare.

L’altro giorno vedere il Dottor Pignatone su RaiTre è stato un forte segnale che ha dimostrato come anche da noi vi siano persone che provano a fare il loro dovere tra mille difficoltà.

In aiuto, il ministro della difesa La Russa ha mandato 80 militari a Reggio Calabria che vigileranno per le strade della città.

Anche se non si è calabresi e non si è esperti di ‘ndrangheta, chiunque sa che la mafia calabrese lavora sì per le strade con traffico di droga, movimento terra ecc.., ma sa anche che essa vive solo ed esclusivamente grazie alle collusioni ed alle relazioni interne con la politica, non solo locale.

Mi chiedo, allora, se non sia necessario, come dice in un articolo pubblicato dal Quotdiano Della Calabria, che ultimamente sembra si stia risvegliando dopo un lungo periodo di torpore, di inviare 80 magistrati piuttosto che soldati.

Ancora non abbiamo capito che la mafia non va combattuta solo con la forza, ma soprattutto con le indagini…

Poi però vediamo qual’è il governo che dovrebbe mandare i magistrati a Reggio e non solo, e ci disilludiamo subito che ciò possa avvenire.

A REGGIO non servono 80 militari. Servono piuttosto 80 magistrati.  E se proprio lo Stato volesse davvero incalzare la ‘ndrangheta, allora a quegli 8 magistrati ci aggiungerebbe 8 cancellieri. Peraltro 16 è meno di 80, e anche in termini economici i costi sarebbero evidentemente inferiori. Certo l’effetto mediatico sarebbe inferiore. Certo il Governo non potrebbe più dire che contro il crimine calabrese – che poi non agisce solo in Calabria – ci ha mandato <<anche l’Esercito>>, e tutta via scegliere i 16 invece degli 80 sarebbe più sensato. D’altra parte quello che serve alla giustizia reggina lo dicono gli stessi magistrati. Ovviamente, non se ne troverà uno che dirà apertamente che l’esercito è inutile. Sono sempre uomini dello Stato anche loro. Ma allo stesso tempo basta leggere le dichiarazioni fatte negli ultimi mesi. Da quelle del Procuratore generale Salvatore Di Leandro, alle più recenti – solo di sabato scorso ospite di Fabio Fazio a “Che tempo che fa” – del Procuratore della Repubblica, Giuseppe Pignatone. In mezzo, della questione hanno parlato il Presidente del Tribunale Luciano Gerardis, la giunta esecutiva dell’Anm reggina e una mezza dozzina tra magistrati, sindacati di polizia e quant’altro.  Facciamo un passo indietro. L’Esercito è stato richiesto dal Comitato per l’ordine e sicurezza pubblica all’indomani delle minacce, sotto forma di bazooka, a Pignatone. L’arrivo dei militari era però già stato ipotizzato dal governatore Scopelliti che aveva detto di averne parlato con il ministro Ignazio La Russa. I soldati serviranno per proteggere “tre obiettivi” : la Procura generale, la Procura della Repubblica e la casa Di Landro. Una necessità, definita tale per il fatto che la ‘ndrangheta aveva iniziato a usare bombe. Insomma il clima si era fatto incandescente. Bene, a questo punto però bisogna prendere atto che le cose sono cambiate.

Non sfugge la novità del pentimento di Antonino Lo Giudice, che si è accollato la responsabilità degli attentati. Dunque, almeno in linea teorica, il rischio sicurezza per le toghe dovrebbe essersi abbassato. Sarebbe sbagliato pensare che ora è tutto apposto, ma anche continuare a pensare che le cose non sono cambiate. Da qui per dire che la ragione di base per la quale”l’Esercito è indispensabile” non c’è più.

Non citeremo tutti i magistrati che hanno spiegato che i militari non sono una priorità (vedi Nicola Gratterie Di Landro), basta risentire quanto detto da Pignatone a Fazio << Servono più uomini e mezzi per la polizia, carabinieri e guardia di finanza>> . E ancora <<Manca un terzo dei magistrati e del personale>>. Due frasi estrapolate da un’analisi lucida fatta in poco più di dieci minuti, di fronte alla quale non c’è possibilità di equivoco. Se si vuole andare a fondo nella lotta alla criminalità organizzata servono risposte immediate da parte dello Stato.

E tra queste l’Esercito non c’è. Viene in mente l’analisi fatta da un altro magistrato reggino nota per la sua correttezza istituzionale  e per la sua prudenza. Si tratta del Presidente del Tribunale Luciano Gerardis, il quale già un paio di mesi fa spiegò le condizioni in cui le toghe reggine sono costrette a lavorare. <<Manca un terzo di tutto – disse – Un terzo dei giudici e un terzo del personale E si tratta di numeri che fanno riferimento a una pianta organica del 2000>>. Ora 10 anni fa la situazione non era quella di oggi, e la ‘ndrangheta era considerata ancora, erroneamente, un fenomeno “marginale”. Se non basta questo si aggiunga quanto affermato da Pignatone alla Commissione Parlamentare Antimafia alcune settimane addietro <<Abbiamo depositato al gip alcune richieste cautelari nei confronti dei mafiosi, imprenditori e politici>>. Che l’ufficio Gip non riesca a smaltire la mole di lavoro prodotto dalla Procura non è un mistero.  Già nel’ultima relazione per l’apertura dell’Anno Giudiziario si leggeva dell’ufficio Gip-Gup , come di un <<collo di bottiglia>>. E non certo per pigrizia di chi ci lavora, che allo stato è costretto ad usare le ferie per leggere fascicoli e scrivere sentenze. Insomma è questo il problema vero. E questo problema non si risolve con gli 80 militari, ma si inizia a risolvere con gli 8 magistrati e gli 8 cancellieri, che per inciso sarebbero comunque insufficienti.

Pignatone da Fazio ha citato Padre Puglisi: << Lo Stato siamo noi e ognuno deve fare la sua parte la sua parte. Se ognuno facesse la sua parte il mondo sarebbe diverso. Ciò vale per i magistrati, per i giornalisti, per la società civile, per gli imprenditori>>. È vero. Il richiamo vale per tutti, e ognuno ha il dovere di svolgere il proprio compito con serietà e rigore.  Per questo gli 80 militari non servono. Per questo sono più utili i 16.

L’ Esercito non può essere usato per contrastare le commissioni, i colletti bianchi, i politici corrotti e gli imprenditori collusi. Per quello servono investigatori e inquirenti, quelli che lo Stato non ha ancora mandato a Reggio.

Giuseppe Baldessarro

 





L’appello di Michele Santoro

15 10 2010

Vi posto qui l’appello che ieri sera ha mandato Michele Santoro perché Annozero possa continuare:

Cari amici, vi ringrazio per le adesioni al mio appello che sono già migliaia, ma dobbiamo ottenere il massimo del risultato. Quindi vi chiedo di raccogliere anche le firme di chi non usa internet inviandole contemporaneamente a questi indirizzi:

annozerodevecontinuare@yahoo.it

segreteriapresidenza@rai.it

Il primo indirizzo è molto importante per avere il quadro completo delle adesioni raccolte. Potete utilizzare la formula seguente o un’altra con le stesse caratteristiche:

“Gentile presidente Paolo Garimberti, i sottoscritti abbonati Rai chiedono di non essere puniti al posto di Santoro e che Annozero continui ad andare in onda regolarmente.”

Vi prego di seguire queste semplici raccomandazioni e di far girare la nostra sottoscrizione usando la rete perché è l’unica opportunità che possiamo gestire con le nostre forze.

Un abbraccio

Michele Santoro

 





Il Fatto prende in giro Grillo…sviste che capitano

14 10 2010

Me è uno scherzo? :D





Le strane compagnie di Peppe

10 10 2010

Ok, Scopelliti è una persona per bene, che non ha nulla da nascondere, ma quando sivanno a prendere gli atti di un’inchiesta che dice che forse ha fatto qualche favoruccio non proprio incondizionato, a personaggi di dubbia moralità e che magari da sindaco di Reggio non poteva proprio permettersi di fare, qualcosa da ridire ti viene.

Antonino Monteleone è uno che ha le palle e la passione di andare in procura a prenderle queste carte e di trascrivere le conversazioni prima di pubblicarle su internet.

Buona lettura…





Il coraggio ha un nome: Frediano Manzi

9 10 2010

Ecco come arriva un uomo, e come ne sono arrivati tanti in Italia, non solo nel sud, quando è deluso dallo Stato.

Frediano Manzi è una di quelle persone che sta morendo dentro, come dice lui, a causa della solitudine.

Quando ascolto persone come lui a volte mi rendo conto che non stiamo facendo niente per aiutare i tanti piccoli eroi quotidiani come lui.

Una persona che ha il coraggio di denunciare il racket dentro Milano ci deve far pensare a qualcosa.

Chiede di fondare un vero movimento antimafia a tutti quelli che stanno lottando contro la criminalità organizzata in tutte le sue forme, dalle agende rosse al movimento 5 stelle, e forse sarebbe davvero un bel segnale per la gente comune e per la gente come lui che ormai ha perso la fiducia.

Lui si sta battendo realmente per la sua città, lui è uno che ama la sua terra e sta facendo qualcosa per cambiare le cose, forse a rischio della vita.

E noi?





Una Calabria onesta è ancora possibile se ci crediamo

8 10 2010

Ho riguardato oggi la puntata di ieri di Annozero e devo dire che dopo un periodo di delusione che avevo avuto dopo la ripartenza del programma Rai, oggi mi sono rincuorato.

Vedere che lo studio rimaneva praticamente inerte rispetto a quello che accadeva alle persone all’esterno, nella vita reale, sia che essi fossero operai o gente comune, era la prova che la politica vive ormai per conto suo, e vive lontana dalla gente e dai suoi problemi.

Preferisce parlare di case e prostitute evidentemente.

Ieri, invece, vedere che i giornalisti calabresi intimiditi entravano in televisione, a partire dalla figura di Antonino Monteleone, in studio a Roma, e parlavano di fronte ad un Belpietro con la scorta da 8 anni mentre loro vivono senza la minima protezione mi ha rincuorato e mi ha reso di nuovo fiducioso, anche se ho appreso con orrore la notizia che a Nicola Gratteri, forse l’uomo più in pericolo di vita per la sua lotta che sta conducendo contro la ‘ndrangheta, è stata negata la scorta in Canada, dove si trova per indagini.

Fiducioso perchè sono ancora convinto che ci sia ancora posto per i Giornalisti piuttosto che per i camerieri di Libero, Il Giornale e tutti i giornali ormai indottrinati che ci sono in Italia, che dal locale Calabria Ora al Corriere della Sera sembrano non aver risparmiato nessuna edicola.

Vedere persone come Angela Napoli che gridava come una indemoniata contro la Santanchè e in generale contro la finta protezione che sta portando il governo alla Calabria mi fa ancora credere che c’è qualcuno che può cambiare le cose.

Finalmente i giornalisti, piccoli e grandi stanno tornando a far parlare e a far pensare.

Scrivete e parlate perchè ce n’è bisogno.

Grazie Antonino e grazie a quelli come te.








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